nodi e fili.

 Ma in realtà la vita è un «intreccio» e quale ingarbugliato intreccio! [...] La trama complessa della realtà (C. E. Gadda, SVP 460)

nel gennaio scorso ho letto Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda. l’ho accostato allo studio dei Promessi sposi di Manzoni, romanzo che ho odiato con tutte le mie forze durante il secondo anno di liceo, e che si è rivelato fitto di pieghe e risvolti insospettabili e inaspettati quando l’ho affrontato in quinto. il perché di questa rivelazione, in fondo, lo conosco, ma non è questo il punto del ragionamento che vorrei provare ad affrontare. mentre approfondivo perdendomi nei meandri della critica (il mio fidanzato dice sempre: ‘tu leggi, ma poi hai bisogno dei sottotitoli’) ho trovato un saggio di Corrado Bologna, si chiama ‘Il filo della storia. «Tessitura» della trama e «ritmica» del tempo narrativo fra Manzoni e Gadda’. è un pezzo lunghissimo e meraviglioso pieno di letteratura e di vita, di racconto e stupore: credo di averlo letto e riletto mille volte e ancora non sono sicura di averlo capito fino in fondo. riassumendo in termini eccessivamente banali, potremmo dire che il filo della storia nel romanzo manzoniano (romanzo ‘canonico’ – che poi così canonico non è, e strizzo l’occhio alle letture critiche di Ezio Raimondi e Italo Calvino) diventa in Gadda ‘gnommero’, garbuglio, gomitolo. 


e insomma Bologna attraversa fili e nodi, e scrive nell’introduzione: ‘così l’amechanía, l’immobilità stuporosa, di Alessandro Magno dinanzi all’enigmatico Nodo di Gordio gli impedisce a lungo di riconoscere l’arché, l’origine e il principio del filo, quindi di adempiere il proprio destino, per il quale «la spada è altrettanto essenziale che il nodo»: giacché non solo alla cosmologia e alla poesia, ma al pensiero e alla prassi della politica vengono estesi metafora e mito «della tessitura e del tessuto». Né di certo è indifferente che il mitologema dedalico coinvolga in diverse, contrapposte modalità il tema del filo: il filo a piombo è fra gli strumenti enumerati da Plinio (n. h., VII 198) tra le innovazioni dovute all’architetto Dedalo dotato di mètis,  ambiguo ma retto «inventore di parecchi strumenti utili alla sua arte» (Diod. Sic., IV 76); ed è ancora ideato da lui il filo, luminoso diadema stellare, che Arianna sa svolgere e riavvolgere per accendere il Senso nell’oscurità complicata del Labirinto.’ 

non ho dimenticato quell’espressione, ‘immobilità stuporosa’, che descrive lo sguardo attonito di questo giovane di fronte all’enigma: è lo sguardo di ognuno di noi di fronte al labirinto della vita (e qui c’è anche l’amato Calvino, con la ‘sfida al labirinto’), mi dico, ci appartiene, mi appartiene. l’ossessione per il ‘nodo tematico’ del filo (filo della storia, filo della vita, filo di piombo, ago e filo) ha continuato e continua a tormentarmi, fino ad un recente incontro-scontro con un testo di Perec contenuto in Racconti parigini: ‘non bisogna vedere solo gli strappi, ma il tessuto (ma come fare a vedere il tessuto se sono solo gli strappi a farlo apparire)’. cercare di vedere il tessuto, sforzarsi e finire ancora pietrificati in quell’immobilità stuporosa di cui dicevo. ma qui c’è anche Calvino, che nelle Città invisibili ha scritto, ‘Perdersi a Eudossia è facile: ma quando ti concentri a fissare il tappeto riconosci la strada che cercavi in un filo cremisi o indaco o amaranto che attraverso un lungo giro ti fa entrare in un recinto color porpora che è il tuo vero punto d’arrivo’: e allora il filo può anche essere il punto di partenza, se ci si concentra a fissare il tappeto nel dettaglio, se si prova a dare un nome ad ogni filo. lo sguardo: sguardo d’insieme, sguardo preciso, che esamina e scandaglia. 

mia nonna era una sarta. era una donna molto paziente e buona, è stata capace di sopportare un dolore infinito per tutta la vita, ha dispensato amore fino all’ultimo dei suoi giorni. l’altro giorno guardavo una foto di me bambina con una gonna marrone che ho adorato, e ho pensato che non so davvero cosa darei per averla di nuovo, quella gonna lì, o per essere ancora bambina e per indossarla, per chiederne una nuova, ‘nonna facciamola insieme’, per imparare, condividere del tempo. io non so cucire, mia sorella più piccola invece sì.  ed è buffo perché ha conosciuto la nonna per meno tempo di me e le assomiglia terribilmente, in questo e in mille altre cose. c’è in tutto questo forse un senso (un filo!), lo vedo, voglio tenere tutto insieme. il filo a piombo, l’architettura, mamma, Dedalo, il labirinto. le donne della mia famiglia, l’amore che mi hanno dato e che continuano a darmi, il filo della storia, la mia, e il mio ritrovarmi in quei gesti attenti e buoni di nonna e traslarli in un altro campo – mi sono innamorata dei fili di parole, dei garbugli nei romanzi. 

e insomma ho deciso di fare questa cosa per ricordarmi chi sono. nonna io ti tengo qui, in un per sempre terreno in cui non ci sei più, in cui non puoi più stare. ti tengo qui. mi pare significativo ricordarmelo, e ricordarmi di te, del bagaglio di vita e ferite che hai portato sulle spalle, di quello che hai lasciato - il resto, quello che rimane a noi, ‘della razza di chi rimane a terra.’ la prima radice, tu. la pianta, il fiore, quello che permane. nel mio stare irrequieto su questa terra, nei miei gesti, nelle mie ricerche, in quest’ossessione per il tenere insieme, tu.

[l’arazzo che ci viene nascosto. quello che intessiamo noi. filo di perle e perle di parole. cucire, tenere insieme. tout est là. per sempre. questo sì, per sempre.]

«Molti fili si sono intrecciati nel mio discorso? Quale filo devo tirare per trovarmi tra le mani la conclusione?» (Calvino 1995: I, 652)

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